La banalità dell’uomo moderno

Racconto breve

Quel giorno L. giunse ad un bivio e non sapeva più quale direzione prendere. Non si trattava solo di soldi. Già, i soldi. Tutti dicevano che era avaro e per questo lo chiamavano il Magro. Lui non riteneva di essere avaro: perché, per esserlo, i soldi ti devono prima di tutto piacere. Ma a lui i soldi non piacevano più di tanto, o meglio, non li preferiva ad altre gioie della vita. C’era da ammetterlo, però, che le sue finanze le gestiva con impeccabile parsimonia e pesava con cura le sue spese. Tutto qui. Ad esempio, la beneficenza non la faceva mai e, per forza, riteneva anche che la gente la facesse più per immagine che per sincera compassione. Poi, diciamolo, lui qui pensava a quelli che chiamiamo radical chic, quelli lì, tutti alternativi e intellettuali ma con il conto in banca bello pieno. Il suo non era certo vuoto, ma di sicuro non implodeva. Il lavoro gli bastava per vivere con dignità nel suo appartamentino.

Ma quel giorno era proprio giunto ad un bivio. Doveva scegliere se comprare la macchinetta del caffè a cialde o quella da barista. L’idea gli era venuta guardando la pubblicità e si era convinto che alla sua routine mattutina mancasse quel poco di raffinatezza che una macchinetta del caffè gli avrebbe dato. Per il resto, faceva una vita piuttosto decente nel suo appartamentino. Non cucinava, se non occasionalmente. Ma il posto era comunque tanto pulito, giusto a sfatare il mito che l’uomo single non sia in grado di mantenere ordine e pulizia. Gli piaceva pulire il bagno e strofinare con la candeggina i sanitari, per essere sicuro che ogni batterio fosse estirpato. Poi il bianco che brillava gli dava un’irresistibile euforia. Tra i suoi tre colori preferiti – blu, verde, bianco – proprio il bianco era destinato alla biancheria intima e alle lenzuola. Così poi poteva mettere anche a lavare tutto quanto a 90 gradi. Qualche persona maliziosa avrebbe forse modo di dire che il suo appartamento, per quanto così pulito, appaia un po’ triste e squallido. Di inverno le mani arrossivano e il naso colava, e invece d’estate non ci si poteva stare per il troppo caldo.

Un giorno riuscì a portarci una ragazza. Bella, stupenda! Sarà stata sull’1 e 75, capelli ricci e corvini. Si sorprendeva che una così lo guardasse, lui che in fondo lo sapeva di essere un po’ bruttino, con quella sua faccia da persona qualunque, né alto né basso, spelacchiato e pallido, magrissimo ma con la pancia gonfia. E poi (ma questo ve lo dico io) aveva due occhietti piatti e opachi, che sembravano quelli di una papera accoppiatasi con una trota. La ragazza l’aveva comunque trovata su Internet. Anzi no, il colmo è che era stata lei a contattarlo. Sappi, infatti, che si era appena lasciata dal suo fidanzato, proprio prossima al lancio del riso. Il fidanzato aveva ottenuto una promozione dall’altra parte del paese. “Farà bene alla nostra relazione”, le disse. Così fu che conobbe i suoi nuovi colleghi, poi per noia iniziò a uscire con loro (tornava a casa dapprima ogni fine settimana, poi ogni secondo). Poi ci prese l’abitudine, anche perché c’era quella collega carina carina che gli sorrideva sempre. Alla fine ci finì a letto e tanto meglio, per lo meno risparmiarono sul matrimonio. Lei ci rimase malissimo, fu per lei un disastro. Reagì con quella crudele fame con cui certe ragazze mortificano il loro corpo e la propria persona quando escono da una lunga relazione. Ma il nostro L., poveraccio, mica lo sapeva di essere stato scelto proprio per il suo essere squallido, per quella sua pelle traslucida e le sue prevedibilissime ambizioni. E pensare che lui già nella sua testa si era detto: “Ora, L., si continua. Da domani palestra, dieta sana e vestiti curati”.

Spesso L. provava rancore verso il mondo che lo circondava. Aveva in odio gli anziani e quella vicina di casa che lo salutava sempre con il sorriso stampato in faccia. Ma più di ogni altra cosa, lo irritava oltremodo il fatto che negli ultimi anni la città si fosse riempita di venditori ambulanti. Ormai non poteva più uscir di casa senza venir attaccato da tutte le parti. Non voleva né libri, né tantomeno braccialetti. E ogni volta doveva rispiegarlo: “Grazie, ma ho già detto prima al tuo amico…” Poi sì, ogni tanto gli toccava cedere, soltanto per togliersi l’ingombrante peso di dosso, e allora dava loro quell’euro per il “caffè”. Non poteva certo ammettere la sua vera opinione a riguardo, gli avrebbero probabilmente dato del razzista. Ma, per lo meno, lui sapeva di essere sincero con se stesso. Conosceva bene la propria opinione e non la mascherava di certo. Non come tutti gli altri, che giocavano a fare gli spiriti liberi e i democratici e quelli avanti col pensiero ma poi per strada venivano colti da una paranoia inimmaginabile se si trovavano da soli con due persone o tre dalla pelle un po’ più scura. O se, appunto, come lui, non avevano intenzione di prenderli quei dannati braccialetti, ma poi lo facevano e mostravano in giro quanto fossero avanti.

Poi un giorno L. venne licenziato, così, senza preavviso. Avrebbe forse dovuto intuire? Può darsi, ma non siamo certo qui a giudicare (o sì?). “Bene” – pensò L. – “avrò più tempo per starmene a casa!”. Ma l’appartamento gli stette presto troppo stretto. Capì quanto fosse solo, impotente e noioso. Così salì sullo sgabello e compì l’ultimo nodo nefasto.

Fjodor!

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La ‘munnizza’ sicula. Perché esiste il problema dei rifiuti a Palermo?

Sono seduto sotto il sole cocente di Norimberga – sembra quasi un ossimoro. E non so se sono più intontito dall’inaspettato caldo primaverile o dall’improvviso silenzio che mi circonda. Sono spariti lo schiamazzo palermitano e la frenetica paranoia delle città meridionali. Per ottenere il silenzio ci vuole disciplina. A Monaco di Baviera, ad esempio, è vietato buttare il vetro nei fine settimana per non disturbare i vicini durante il loro riposo settimanale. Sorrido e penso al successo che avrebbe Leoluca Orlando se facesse lo stesso per Palermo. Anzi, prima dovrebbe convincere i palermitani a separarlo quel vetro…

Già a febbraio Panorama scriveva che Palermo sta diventando un problema più serio di Roma. Ad aprile la situazione è peggiorata a dismisura. Da turista, ignaro del problema nei suoi particolari, ho potuto soltanto osservare i cassonetti stracolmi d’immondizia e i sacchetti sparsi un po’ ovunque. Il caldo è tornato ed è facilmente intuibile l’odore della munnizza lasciata a fermentare al sole. Inoltre, durante il mio soggiorno in Sicilia è stata introdotta Palermo differenziata 2, il piano che consiste nell’allargamento della raccolta differenziata a nuove zone della città (la prima fase è iniziata nel 2010). I due fenomeni sono non solo collegati, ma aprono tante domande sul problema dei rifiuti in Sicilia e mettono in scena i perenni problemi che inquietano il Mezzogiorno italiano.

Palermo differenziata 2

Il 10 aprile 2018 è partita la raccolta differenziata nei quartieri palermitani di Politeama e Massimo. L’inizio era pianificato da tempo, ma si è presentato con un buon margine di ritardo. Qualche giorno prima della partenza, i due quartieri sono stati tappezzati di volantini in cui si spiegava che tutti i cassonetti dell’immondizia sarebbero stati rimossi dalle strade. La mia compagna ed io non ci abbiamo fatto caso. Sarà che l’incredulità e l’indifferenza nei confronti dell’autorità sia uno stato d’animo che a Palermo “ratto s’apprende”. E invece, quel martedì i cassonetti sono stati tolti per davvero ed è partita la differenziata. Si tratta di un sistema porta a porta: i cittadini sono stati muniti di bidoni per la differenziata e a seconda del giorno si passa alla raccolta di uno specifico gruppo, inclusa la frazione residua. Tuttavia, per usare un eufemismo, la differenziata è partita a rilento. La verità è che si è creata una situazione di caos assoluto e di generale indifferenza della cittadinanza nei confronti della novità. Il tutto, nel contesto del problema dei rifiuti che a Palermo è un cancro incurabile.

La discarica di Bellolampo

Nell’ultimo anno si è tanto sentito parlare del problema dei rifiuti a Roma, questione messa sotto una speciale lente d’ingrandimento per ovvie ragioni. E se di Roma si è parlato largamente nei mass media, Palermo sembra essere stata messa in disparte (come forse lo è sempre la Sicilia?). Il 2018 è iniziato in toni di panico per la situazione delle discariche siciliane, quasi tutte ormai stracolme. Ad aumentare l’incertezza è certamente la discarica di Bellolampo, posta ai lembi del capoluogo, che raccoglie la stragrande maggioranza dei rifiuti palermitani. La discarica di Bellolampo sarebbe già dovuta essere chiusa, ma al momento rimane l’unica reale destinazione della munnizza di Palermo.

La raccolta differenziata in Sicilia naviga al momento intorno al 15%, dato che se già di per sé non è entusiasmante, non tiene nemmeno in considerazione il fatto che nelle tre città metropolitane – Palermo, Catania, Messina – la differenziata è praticamente inesistente. Il 5 aprile 2018 si è poi verificato un guasto all’impianto di Bellolampo: un problema che ha letteralmente paralizzato la raccolta dei rifiuti nelle vie della città per quasi due settimane. Le conseguenze sono state preso visibili e i cassonetti si sono riempiti a dismisura come si vede nella foto. Sono anche stati appiccati diversi roghi e, poi, quando si osserva l’effetto della pioggia, tutto diventa più chiaro.

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Il giorno dopo il guasto alla discarica di Bellolampo

Fare la differenziata a Palermo

Siamo stati, insomma, colti di sorpresa. Così, il primo giorno non ci è rimasto che sparecchiare il nostro sacco già pieno di immondizia e accuratamente dividere la spazzatura per la raccolta differenziata.

Lasciare l’immondizia per strada è un gesto spontaneo a Palermo. Ed è stata la prima reazione dei cittadini all’introduzione della differenziata porta a porta. I cassonetti sono stati tolti, ma al loro vecchio posto si sono trovati chili di spazzatura. A volte le abitudini sono dei legami difficili da spezzare! C’è anche chi ha lasciato l’immondizia proprio davanti al portone di casa, quando qualcun altro ha scelto l’ombra di un albero. Qualcuno si è preso la briga di suddividere i rifiuti e mettere la plastica a parte, ma ha poi buttato il tutto in un cumulo abusivo ai lati della strada. Ed è quasi tragicomico lo stato dei cestini dell’immondizia per strada. Se prima erano scansati con accuratezza, ora sono diventati il rimedio provvisorio per i tanti palermitani che nascondono lì i propri sacchetti d’immondizia. Infine, se è vero che l’abito non fa il monaco, i pochi cassonetti della differenziata che sono rimasti hanno mutato natura in cassonetti dell’indifferenziata. Poiché, se proprio non vogliamo essere troppo precisi, di cassonetti pur sempre si tratta.

Chiaramente, il problema è stato ulteriormente complicato dalla situazione sfavorevole nella discarica di Bellolampo e il sistema di raccolta è andato in tilt.

Prima l’uovo o la gallina?

Il problema dei rifiuti nel Sud Italia non è certamente un fatto nuovo, e di sicuro a tutti è ancora impressa l’immagine di Napoli con i suoi rifiuti ed i roghi appiccati nei cassonetti. La colpa la si cerca un po’ ovunque, e come nel caso tanto attuale di Roma, si tratta di un perenne tira e molla tra Comune, Regione e aziende private. La cattiva gestione del problema dei rifiuti parte certamente dallo Stato. Come nel caso dell’acqua, un problema che manca di qualsiasi lungimiranza e razionalità amministrativa, l’emergenza rifiuti in Sicilia non è certamente nata nel gennaio 2018. Per anni le discariche sono state sfruttate fino ai loro limiti, senza tenere in considerazione un progetto a lunga durata.

La discarica di Bellolampo da anni rappresenta una situazione di potenziale emergenza, ma ciò non ha smosso effettive reazioni da parte della politica. E’ vero, però, che qui si ripete anche la tragica disparità tra Nord e Sud. Se al Nord è presente la maggior parte dei termovalorizzatori sul suolo italiano, in Sicilia attualmente non ve n’è neanche uno. Non che gli inceneritori siano la più saggia scelta sul piano ecologico, ma favoriscono, in ogni caso, un importante aiuto nello smaltimento dei rifiuti urbani. E, chiaramente, per alcuni sono fonte di imbarazzante guadagno. Ma il guadagno, spesso, è un cervello in fuga. Come per Roma, che attualmente invia migliaia di tonnellate di rifiuti ad un inceneritore in Austria, che produce poi energia per circa 170 mila abitazioni.

Il mantra resta, comunque, quello della raccolta differenziata, senza la quale la questione dei rifiuti non potrà mai essere risolta in maniera effettiva. Parlando con la gente di Palermo, più volte la colpa per la situazione attuale mi è stata indicata in sede comunale. Si denuncia disorganizzazione e poca chiarezza nelle decisioni del sindaco che ha voluto introdurre la differenziata porta a porta. Qui, però, il problema si biforca e se si vuole arrivare alla radice della questione non si può certo ignorare il ruolo della popolazione di Palermo. Il cittadino medio palermitano è totalmente indifferente nei confronti della raccolta differenziata ed, anzi, dimostra poco interesse verso il più tradizionale cassonetto dell’immondizia. In fondo, una certa logica suggerirebbe che, prima di imparare a differenziare i rifiuti, si dovrebbe saper buttare i sacchetti della spazzatura nel luogo apposito.

F!

Tipo quando

Su Internet si può imparare un po’ di tutto. Il primo giorno che mi presentai a lavoro dovetti seguire una lezione su come stirare la camicia e annodare la cravatta. Ho anche imparato ad aprire una mela con le mani e a stappare una bottiglia di vino senza cavatappi. Ho scoperto come fare la gassa d’amante o legarsi in cima ad un percorso alpino. Ho cercato consigli su come fare la migliore esperienza psichedelica o come migliorare la mia calligrafia.

Su Internet sto anche imparando a scrivere. Anzi, sono caduto in quel banalissimo progetto di ricerca che recita: “come diventare uno scrittore”. La prima regola è scrivere, la seconda è leggere, la terza è farsi leggere. Accettare le critiche è forse il momento più importante e difficile. Se siamo tutti ben lieti di farci adulare quando facciamo qualcosa di bello, certo è che ci viene ben difficile ascoltare i commenti negativi di chi ci segue. Questo articolo l’ho scritto a stento, e poi mi sono anche sentito i commenti negativi della mia lettrice più affiatata. Io qui ce lo lascio, con qualche piccola modifica, a onta e prova della mia fragilissima e appena abbozzata scrittura.

 

*

 

“La noia è tipo quando…” – “No, Fjodor, non va bene. Le definizioni vanno spiegate correttamente, senza ‘tipo’ e senza ‘quando’. Riproviamo!” – “Ok. La noia è il sentimento…”.

Era un gioco, chiamiamolo così, che alle elementari capitava spesso. Spiegare il significato delle parole non è che sia poi così semplice, figuriamoci per un bambino. Ci si chiedeva di inventare le definizioni dei termini che incontravamo durante la giornata. Non apprezzavo questo sfogo creativo e dopotutto avevamo il nostro dizionaretto personale sotto al banco. Il mio era tutto pastrocchiato ma non so se fui io l’artefice dei disegni o se lo ereditai già così. Poi ogni tanto si facevano delle noiosissime ricerche lessicali. Il numero delle parole variava, saranno state una decina. Macchina, scuola, animale, possedere, scoprire, insegnante, ecc. ecc. Cercavamo la definizione sul dizionario, la trascrivevamo sul quaderno e sembra anche che imparassimo tante cose nuove. C’era poi la maestra che esigeva rigide regole su come ricercare i vocaboli. Un bravo ricercatore guarda la parolina in alto per vedere se girare le pagine a destra o a sinistra. Era insomma vietatissimo e assolutamente sbagliato controllare in mezzo alla pagine, dove stava tutta la lista delle definizioni.

Stavamo giocando a quel gioco da tavolo quando hai tipo tante domande divise per categorie. Sebbene i quesiti a un certo punto inizino a ripetersi, le prime volte si rischia di incappare in sonore figuracce. Così ridemmo quando ci capitò la domanda sull’autore che scrisse i Finzi-Contini, libro che non solo non conoscevamo ma che provocava anche una certa ilarità puerile. L’informazione si posò placidamente in qualche tasca nascosta della nostra memoria e senza indagare più di tanto passammo alle domande successive. Qualche mese più tardi sono capitato a Ferrara. Il buon ente turistico mi fece trovare un dépliant con le curiosità più significative della città estense. Ed eccoli lì, nuovamente loro, i Finzi-Contini. Mi parve finalmente di intravedere l’importanza del libro e feci una ricerca. L’autore è Giogio Bassani, scrittore ferrarese attivo nel secondo dopoguerra, e questo è il suo romanzo più famoso da cui nacque anche un film di successo. Il libro l’ho poi letto, ma non mi sentirei di posizionarlo tra le mie letture migliori.

A proposito di libri, mi si insegna in certi blog che l’aspirante scrittore dovrebbe prima di tutto essere un buon lettore. Alcuni ne fanno addirittura una routine: la cura omeopatica si compone di venti pagine al giorno e l’argomento può essere vario. Segue poi un minimo di 500 parole da scrivere possibilmente a mano, tanto per non perdere il vizio. Ci provo, inizio il lunedì, ma sono distratto e la giornata è già finita. Riprendo il giorno dopo: leggo uno sfortunato libro che non mi prende, tanto meglio rimandare per il mercoledì. Quel giorno però è strano e scarabocchio solo due parole. Sbuffo, salto la giornata ma anche il venerdì sta già finendo. Se erano 500 da scrivere al giorno, sono indubbiamente travolto da una bufera artica e i “gradi” sono ormai -2500.

C’è poi quell’aneddoto di Tiziano Terzani che va un po’ così. Arrivato in Vietnam nel 1972 gli si palesò il metodo giornalistico dei suoi colleghi. Si ascoltava la conferenza stampa del funzionario americano, si riportava per filo e per segno il racconto ufficiale e di sera si era già pronti a fare festa, chi un modo chi nell’altro. Terzani pensò ovviamente che il suo credo giornalistico fosse ben più nobile. Passata la giornata a investigare con il rischio tangibile di farsi esplodere la testa, arrivò la sera e il momento della stesura dell’articolo. Ma venne sopraffatto dal buio creativo e se ne stette per ore a fissare la macchina da scrivere. Più volte il collega lo invitò a lasciar perdere e a fare un salto giù al bar. Disperato, compose alla fine un articolo a sua detta scadente e con l’incipit più svogliato e banale della sua carriera giornalistica.

In qualità di storico alle prime armi, più volte mi sono trovato di fronte all’imbarazzante situazione di dover scrivere una ricerca senza conoscerne l’obbiettivo. Tipo quando ho scelto di scrivere questo pezzo. E se ora, caro lettore, non sei sicuro di cosa tu abbia appena letto, sta tranquillo che siamo in due.

F.

“Signora Libertà, signorina Anarchia”

Non tutte, si intende. Ma tante persone nella propria vita hanno vissuto una loro fase anarchica. Me compreso e, giustamente, la mia l’ho passata in piena adolescenza. Non è che mi fosse poi del tutto chiaro il passaggio dalla teoria alla pratica, ma ho comunque vissuto con profondo orgoglio il mio sentore libertario. Lessi ovviamente Bakunin (deridendo quel poveraccio di un Marx) e arrivò fino a me qualche accenno di Gramsci. Un autore e mezzo bastarono a confermare le mie convinzioni sull’autogestione e sulla vita senza stato. Mi sono anche immischiato in diverse organizzazioni anarchiche e la cosa è durata piuttosto in là col tempo. Quelle riunioni sono state però un passatempo piuttosto noioso e non ci ho mai veramente creduto. Come nella mia ultima esperienza politica, quando facevo parte di un autoproclamato sindacato anarchico, costituito da un impiegato (e lì ci siamo), tre disoccupati e sette studenti. Le prospettive, a quanto pare, erano sbagliate già in partenza.

Ma il mio camaleontismo politico non mi ha di certo risparmiato dal disarmante fascino della bandiera rossa. Socialista convinto ero in quinta superiore, soltanto che non riuscivo a capire perché il mondo non apprezzasse la mia maturata opinione politica. Feci un po’ di rivoluzione e tanto baccano e arrivai alla maturità portando qualcosa sui Pink Floyd, un po’ di Orwell e sul piedistallo misi Pier Paolo Pasolini. Soltanto che nel frattempo le cose erano cambiate ancora un po’.

Citai Pasolini con la sua poesia “Il PCI ai giovani”. Era il ’68, gli studenti romani fecero a botte con gli sbirri, tutti erano in gran movimento e pieni di gioia per ciò che stava accadendo, tranne il più inaspettato, la fiaccola rossa di sempre, che di colpo si trovò dall’altra parte – quella degli ammonitori. Pasolini disse tutto ciò che di negativo si poteva dire agli studenti: siete borghesi, i poliziotti sono le vittime, facile per voi fare la rivoluzione, voi che siete figli di papà. Il testo mi fu segnalato dalla professoressa di italiano, chissà che non volesse forse comunicarmi qualcosa. Fatto sta che da allora ho cambiato la mia opinione su molte cose della politica. Sì, sarò anche andato avanti per un po’, ma l’ho fatto più per inerzia e apparenza che non per pura convinzione.

Pasolini l’ho perso poi di vista per molti anni. Fino a pochissimi giorni fa che ho finalmente letto il romanzo “Una vita violenta”. Pasolini l’avrò sempre un po’ idealizzato, complice certamente il mondo intellettuale italiano che ha trasformato la sua figura in quella di un nobile martire intellettuale. Qualsiasi sia stata la vera ragione della sua morte, certo è che Pasolini nascondeva un lato buio di sé, ma un buio forse anche causato dal nuvoloso cielo italiano dell’epoca. Sia come sia, non è importante. La vita violenta in questione è quella di Tommaso, ragazzaccio del sottoproletariato romano. Il primo capitolo l’ho letto con faticoso impegno: al lessico bisogna farci l’abitudine. L’autore ha sfruttato una sua ingegnosa creazione linguistica, un italiano spuro, pieno di dialettismi e locuzioni romanesche. Il testo, fattavi l’abitudine, lo si legge poi con sorprendente velocità ed eccolo lì, già finito e riposto in libreria.

Ci poniamo tante regole. Regole su come leggere, regole su come comportarci, su come attraversare la strada o come salutare i vicini di casa. Proprio ora che vivo all’estero sono sommerso da regole nuove e a ogni secondo passo dubito con timore che io non abbia già violato qualche regola da me sconosciuta. La regola è ordine, ma è anche banalità e prevedibilità. L’ha spiegato bene Hanna Arendt nel suo libro “La banalità del male”: il nazismo non è esploso per via di una genetica cattiveria dei tedeschi, né si è volatilizzato in un attimo per via di scarsa memoria. E’ nato come burocrazia, come normale quotidianità, come rispetto delle regole e di quel previdibilissimo status quo che c’è e che esiste sempre, con o senza dittature.

Ed eccomi, seduto in bicicletta. Normalmente passerei col rosso, andrei sul marciapiede, farei slalom tra i pedoni e salterei poi in strada in contromano. Ho intimamente sempre pensato che il valore della bicicletta quale mezzo di trasporto stia soprattutto nel suo essere fuori dalle regole. Né macchina, né pedone. Ma eccomi qui, in questo paese nuovo. Aspetto il verde, con compostezza guido sul lato destro della strada. Devo però andare dall’altra parte: non c’è problema, tra 100 metri arriva un incrocio, andrò lì, poco importa se poi devo ritornare indietro. Imbocco una strada, ma sembra non essere prevista per le biciclette: meglio tornare sui propri passi! Penso a Orwell, a Pasolini, a Tommaso… starò mica diventando un altro burattino? Passo col rosso, la gente intorno a me è incredula. Bello il mondo che si sorprende di queste piccolezze!

Se anche il libro è colpevole

Ho l’abitudine di lasciare una nota sulla prima pagina dei libri che leggo. “Questo libro è sommerso dalla colpa: si autodistrugge”. Lo stavo leggendo il mio primo anno di università, facevo il turno di notte come receptionist in un albergo di lusso. Le notti erano lunghe, solitarie e si ripetevano all’infinito e sette mesi parvero un’eternità. Ma durante quei sette mesi preparai un paio di esami e lessi un bel po’ di libri.

Non me li ricordo tutti. Il primo della lista era stato ll fu Mattia Pascal di Pirandello, a cui seguì La noia di Moravia. Ho letto poi la Storia della filosofia occidentale di Russel e il libro che si autodistruggeva, ovvero Il processo di Kafka. Come detto, le notti erano interminabili, sebbene non prive di sorprese. Più volte clienti vogliosi hanno consigliato di farmi un business aggiuntivo sulle puttane (“te che c’hai il ‘fisicc duroll’”) e ho versato cocktail a un colombiano ubriaco che faceva da escort alla sua ricca compagna austriaca. C’era poi il pappone russo con le sue quattro prostitute, c’era l’occhialone col braccio in gesso che una volta al mese si presentava con la “moglie” africana in minigonna e poi l’aiuto allenatore che in una notte spese 150€ in video pornografici. Insomma, un puttanaio, di cui in qualche modo divenni parte pure io, alla faccia delle vanitose stelle dell’albergo.

Per il resto, però, le notti erano monotone. Tra l’1 e le 4 di mattina avevo di solito un bel buco da riempire, che alternavo con brevi dormite e letture. La vita notturna mi rese più pallido di un vampiro, probabilmente depresso e certamente paranoico. Venne ad esempio la sera in cui mi fu offerto uno spinello: lo spaventoso rumore che la macchinetta del caffè produsse quella notte risuona ancora nella mia mente. Una sera, poi, due ragazzi americani si scolarono una bottiglia di whisky dal bar, offrendomi un bicchiere a ogni turno. Finii a malapena la notte, cantando e ballando con il mocio con cui pulivo i pavimenti. Conobbi persone meravigliose, ma scoprii anche il profondissimo peso della solitudine.

Kafka è comparso defilato, non so neanche per quale motivo scelsi di leggerlo. Josef K perdeva, via via nel romanzo, la sua identità e diventava un tutt’uno con quella Colpa impostagli dal mondo che lo circondava. Per scoprire poi, ed infine accettare, che essa aveva da sempre fatto parte di lui. Mi ricordo che leggevo il libro in quelle lunghissime notti, tra l’1 e le 4 del mattino, sempre uguali, sempre con lo stesso ordine. Il mio volto si trasformava, perdeva colore e vivacità: a casa nessuno mi aspettava e gli amici non esistevano. Josef K barcollava nel labirinto del tribunale, dapprima fiero ed irriverente, poi sempre più sconfortato dall’immobilità della sua inevitabile fine. Ricordo che a farmi più orrore furono le scene grottesche, oscene ma perfettamente plausibili. La più terribile è quella in cui Josef K arriva alla sua prima udienza. La stanza è piccola e piena di gente. Il pubblico è tutto un groviglio di corpi sudici e scheletrici. Ma ci sono poi quelli che stanno al piano di sopra, solo che il soffitto è troppo basso: ecco perché sono rannicchiati, con la schiena che dà al soffitto e con il corpo piegato verso Josef K, vertiginosamente sopraffatto da tutta quella malignità.

L’altro giorno, prima di partire, ho sfogliato i miei libri. Anche le dediche sono importanti: in una mi si ricorda con simpatia che mi sono autoesiliato dalla mia città d’origine, in un’altra mi si spiega che un libro con le lettere dei condannati a morte non è depressivo bensì pieno di positività. Qui ho ritrovato il mio libro che si autodistruggeva. Tra condannati a morte e baroni rampanti.

F.

Penso, dunque non scrivo

Guerra e pace è un romanzo di troppe pagine. Lo lessi a quindici o sedici anni, senza capirci molto e annoiandomi a morte. Avevo poi una versione del libro piuttosto vecchia e trascurata, divisa in almeno sette volumi e con le pagine tutte ingiallite dal tempo. Per lo meno aveva la traduzione degli interminabili passaggi in francese che sorvolavo con accurata disinvoltura. Insomma, per quanto io abbia sempre amato la letteratura russa e lo stesso Tolstoj, Guerra e pace non l’ho proprio mai digerito.

In una cosa la mia mente è stata però in continuazione stimolata durante la lettura del romanzo. Per quanto sia una cosa piuttosto ingenua da affermare, mi sono spesso chiesto come abbiamo fatto gli scrittori di una volta a scrivere tutto quanto a mano. Soltanto l’idea di prendere Guerra e pace e ricopiarlo a mano mi rende perplesso, figuriamoci poi scriverlo da zero. Avrà usato la stenografia o qualche altro stratagemma? Forse dovrei esplorare.

La stenografia l’ho scoperta leggendo Dracula di Bram Stocker e prima di allora non ne avevo onestamente mai sentito parlare. C’era Van Helsing (penso fosse lui? l’ho letto veramente tanti anni fa) che si appuntava sul suo diario gli avvenimenti della giornata stenografando. Fu per me una scoperta sensazionale: per me, che la scrittura a mano ha sempre rallentato e addirittura tolto lo stimolo della scrittura. Mi spiego meglio.

Ci sono stati periodi in cui una lettera, o più propriamente la forma di una lettera, potevano tormentarmi anche per mesi. La lettera in questione poteva darmi fastidio per svariati motivi. Poteva essere una erre stranamente asimmetrica, una gi incompleta, una effe troppo aperta e via dicendo. Insomma, il tormento poteva andare avanti per tantissimo tempo, finché la lettera non si “autoriparava”, cioè non ritornava ad essere ai miei occhi esteticamente appagante. Di solito ciò coincideva con qualche momento importante nella mia esistenza. La mia spiegazione laica e probabilmente sbagliata è che le lettere ribelli riflettessero un certo stato d’animo o una paranoia esistenziale: quando superavo il problema, la lettera tornava ad essere accettabile.

Il che a volte è arrivato a livelli poco rassicuranti: ad esempio, più volte mi sono trovato sofferente durante un esame, bloccato per via di una certa lettera che non mi lasciava in pace. E più volte sono stato quasi invogliato a lasciare il foglio in bianco tanta era la mia disperazione. Come quando vai a dormire e c’è il ticchettio di un orologio mai sentito fino a quel momento.

La “passione” per la calligrafia è sempre andata di pari passo con il mio interesse per le penne, soprattutto quelle stilografiche. Una delle prime penne veramente belle l’ho avuta partecipando a un concorso letterario alle medie. Sono arrivato terzo su probabilmente altrettanti concorrenti, ma comunque come premio ho ricevuto una penna. Ammetto, però, che la penna era piuttosto effeminata (sarà che non si aspettavano di avere concorrenti maschi?).

Comunque, qualsiasi fosse la ragione di fondo, dalla prima media in poi non ho fatto che cambiare scritture, evidente sintomo di una perfetta stabilità emotiva e psicologica. Le ho fatte tutte: verso destra, verso sinistra, a lettere piccole, grandi, sottili, rotonde, alte, lunghe, spigolose, incomplete, incomprensibili, tutte uguali…

Ecco, avevo quindici o sedici anni e leggevo Guerra e pace. E pensavo: povero l’uomo che con i miei stessi disagi si ritrovasse a scrivere quel libro, tutto a mano.

A proposito di libri

In quarta elementare dovetti scrivere il riassunto di un racconto letto in classe. La fatica erculea che compii per comporre il testo non fu all’altezza del risultato finale, ma al momento giusto ottenni conforto da mia sorella. Penso che lei per prima mi spiegò il ruolo dei sinonimi: la “vecchia”, protagonista del racconto, poteva anche diventare la “signora,” la “donna”, o semplicemente “lei”. Usai le parole magiche e il riassunto diventò il mio primo, grandissimo successo letterario. Scegliere l’aspetto più importante di un testo è, però, un fatto soggettivo. E’ la constatazione che mi sono posto oggi, in una giornata di delirante noia. Come descriverei, ad esempio, in un paio di righe cinque libri che mi capitassero a caso per la mente?

1. F. M. Dostojevskij, I fratelli Karamazov

“Sono io!” pensai non appena incontrai Ivan Karamazov. La sfortuna di Mitja è fin troppa, Aljoša è un personaggio del tutto noioso, Smerdjakov è furbastro, Fjodor (il padre) è malvagio. Ivan è arrogante e intellettuale, ma troppo pre-freudiano: la sua pazzia si tramuta in un razionalissimo dialogo con il suo demone interiore.

2. G. T. di Lampedusa, Il Gattopardo

Nasce, cresce, si riproduce, muore. Al Gattopardo, vecchio borbonico nel nuovo stato italiano, non resta che una lunga decadenza che lo porterà alla morte: il resto l’ha già vissuto. La cornice la compone una famiglia anacronistica e persa in sé stessa. E’ il romanzo di una Sicilia perenne ed immutabile, troppo simile alla Trinacria di oggi.

3. H. Bergson, Il riso

Mia nipote aveva appena tre anni: cadde in maniera maldestra e noi ne ridemmo. Volli spiegarle il motivo tirando fuori questo libro. Spiega, Bergson, che l’effetto comico nasce da una situazione accidentale, cioè da ciò che non ci si aspetta. Alla fine venni deriso io poiché cercai di spiegare un concetto semplicissimo con un libro.

4. H. Hesse, Siddhartha

Lo consigliai a un’amica, con l’intimazione di farne buon uso. So che poi l’ha letto per davvero, ma non so con che risultato. Più volte ho fantasticato di intraprendere la lezione simbolica messa in mostra dal libro. A distanza di anni, non mi sono ancora mosso da quella città che fa intendere l’illusoria carezza dei suoi frutti.

5. Platone, Protagora

Il professore di filosofia ci spiegò che Platone è stato smentito dall’evoluzione. Qui però Platone fa da portavoce a Socrate. Ci si insegna come far prevalere le proprie idee tramite la contraddizione retorica in cui incapperà il nostro interlocutore. Sapeva di non sapere, ma dai sofismi che tanto disprezzava Socrate non si distaccò poi tanto.

F.