Egli, esso

Egli

Ho quattro auto parcheggiate, ma nessuna prodotta nel nuovo millennio. Una è senza targa, l’altra è arrugginita, la terza va a metano e la quarta è la più nuova, è del ’99. Un’Alfa Romeo, color grigio metallico, me l’ha appena comprata mio figlio perché quella senza targa non si può più immatricolare. E a me serve un’auto per poter andare nei campi. Ma chi mai vorrebbe avere un’auto italiana? La più vecchia è una Lada, datata produzione sovietica, indistruttibile. C’è poi la vecchissima Renault 4, impareggiabile su fuoristrada. La terza è la mia preferita, una VW Vento, ma quella proprio meglio che non finisce in strada. Perché, se mi vede la polizia mi fermano subito che lascia una scia di fumo appena fai andare il motore un po’ su di giri. Però mi serve un’auto che possa andare anche in strada, e allora mio figlio m’ha detto – Papà, l’auto nuova ti serve – e così me l’ha presa. Ci sto facendo l’abitudine, ho già imparato a parcheggiarla alla perfezione tra quel muretto e la cisterna d’acqua.

Come al solito, ci metto quindici minuti per arrivare a lavoro. Da casa mia la strada va in discesa, poi passo la pineta, c’è un oliveto, poi un altro ancora, c’è la vigna del dentista (che da arrogante qual è m’ha detto – Qui faccio del Valpolicella – come se fosse una varietà d’uva da piantare dove ti pare). Due curve a u che come al solito passo in maniera impeccabile, supero il cancello, saluto gli operai nel cantiere, che sono ormai due anni che stanno allargando la villa, mi fermo; scendo. “Bella D., sai che ieri è arrivato il padrone?”. “Sarà che Luca è già lì a fargli le carezze a colazione, com’è? due salsicce, un uovo all’occhio, un peperone, mezzo pomodoro e una spremuta d’arancia…”. E’ maggio, ma fa già troppo caldo. C’è da annaffiare i pomodori, poi tutto l’orto che lì ci metto almeno quaranta minuti. Tiro la bottiglia fuori dal frigo. Inizio sempre uguale, un litro di vino su mezzo d’acqua, bevo metà del contenuto entro le 10, poi pranzo (quando lavori come noi il pranzo si fa presto) e poi continuo ad annacquare il vino così ce l’ho da bere fino alle 14 quando vado a casa. Ma ogni tanto ci aggiungo quella bottiglia o due di birra, perché se fa sete è bene bere.

Eccolo Luca, faccia rossa che sembra esplodere da un momento all’altro. “Allora, Luca, dicono che il padrone è qua”. “Non dir niente, che quello arriva senza preavviso. Me ne sto ieri a casa a guardar la partita e quello lì mi fa – Arrivo stasera dalla Germania – porca miseria, già finisce che la prossima volta non mi dice niente e si presenta qui più inatteso della peste”. Su in piscina vedo un uomo, faccia da mangiapatate che non sbaglieresti neanche al buio. “E quello lì?”. “Altro crucco, quel frocio del suo amico. Entro in cucina sta mattina, che sai quello lì ha bisogno della colazione da re, ecco, entro in cucina, e mi trovo sto gran figlio di puttana disteso sul divano con le natiche al vento – E sto qua chi cazzo è? – poi mi ricordo che aveva detto che sarebbe arrivato un cugino da Amburgo, e boh, vado avanti che la giornata è appena iniziata e non c’ho voglia di incazzarmi, aspetto che il signore si degni d’alzare…”

Si pranza. Ci riuniamo, c’è quel nuovo ragazzo che è venuto a potare gli ulivi, c’è la moglie di Luca, sua figlia e un altro paio di persone, quando ecco che scende il padrone – Hallo, meine Freunde, wie geht’s? – porta un paio di birre, sa proprio come vendersi e inizia a fare delle battute. Il tedesco non lo capisco, ma tutti ridono e faccio altrettanto. E poi, l’altro anno ci ha portato un mese in Austria in segno di riconoscimento, così quando fa le battute e tutti se la ridono di gusto devo proprio farlo anch’io sennò viene fuori che sono strano e maleducato. Uh, questa sera organizza una festa per tutti i lavoratori, vedi vedi che alla fine tanto m’arrabbio e non è poi così malvagio ‘sto padrone.

Torno a casa, saluto la moglie, riposo due ore, vado al bar, controllo il mio orto, prendo la VW (se poi bevo e finisco fuori strada meglio che sia la Vento), arrivo puntuale. Il padrone è dietro al bancone che serve da bere. Dice sempre che a lui non gli piace così tanto bere però preferisce servire gli altri che poi sono felici e sorridono e lui è contento. Un gruppo di ammiratori (i lavoratori tedeschi che gli costruiscono la villa) pende dalle sue labbra, ogni cosa che quello lì dice loro subito a ridere e a sbraitare come cani, ah ah ah. Lui è il re della serata, il più bello anche se per niente di bell’aspetto, carismatico però se lo vedessi così, per strada, senza conoscerlo direi – Guarda qui ‘sto crucco, tutti uguali i turisti – ha quei capelli lunghi ma è anche stempiato, che brividi, dai, siamo sinceri, è proprio brutto, c’è poco da fare. La serata si anima, i toni salgono, inizio a sentirlo l’alcol della giornata – “Caro D. ti voglio proprio bene e come farei qui senza di te?” – ecco, il padrone ha iniziato a dirmi belle cose. Ho sessantanove anni, non duro più tanto, così prendo l’auto e me ne torno a casa. Esco dal cancello, due curve a u, il vigneto del dentista, due oliveti, la pineta e questa volta la salita. Giornata lunga.

Esso

“Ich fahre nach B.”, Luca è entusiasta, appena mi sente salta subito a far piani. Ha promesso che andrà a comprare tutto quello che mi serve per la colazione. Gli dico che no, che se ne stia tranquillo, ma lui ormai da quella prima volta che mi ha preparato la colazione si è messo in testa che deve servirmi. Non voglio offendere i suoi sentimenti, così lo lascio fare.

Ho talmente tante case sparse in giro per il mondo – Miami, Sidney, Tokio, Roma – ma niente mi rasserena di più che andare a B., quel gioiello sul mare Adriatico. Questa volta siamo io, mia moglie e suo cugino. Come sempre, prendiamo il mio aereo personale, un volo che dura due banalissime ore, l’occasione giusta per passare un po’ di tempo con mia moglie. Un tempo, ogni estate che tornavo mi portavo dietro una ragazza nuova. Poi ho conosciuto lei, così romantica e bella, pensare che non sapeva nemmeno chi fossi. Ci siamo sposati dopo un anno ed ora è già incinta: forse mio padre si rasserenerà finalmente che la dinastia è fuori pericolo. Arriviamo di sera e ci sistemiamo. La costruzione della villa procede avanti, la piscina è quasi pronta. Mia moglie va a dormire che è stanca, io e il cugino alziamo invece un po’ il gomito. L’esito della serata è una confusissima lite che termina con abbracci pieni d’amore. E il cugino che si addormenta nudo (è il tipo di persona che quando beve cade facilmente in inspiegabili esibizionismi) in cucina.

La colazione è deliziosa – Caro Luca grazie mille, sei proprio un amico – due salsicce, un uovo all’occhio, un peperone, mezzo pomodoro e una spremuta d’arancia. Quello che mi piace di più di questo posto è il calore della gente. Non dicono forse che il clima mediterraneo crei persone ben più care rispetto alle uggiose giornate tedesche che sfornano gentaglia fredda e distante? Sembrano tutti onestamente contenti di vedermi, così, come al solito, scendo verso l’una e porto da bere alla compagnia. Parliamo della partita di ieri, si ride, si scherza, si fanno anche delle foto, insomma, proprio una bella atmosfera. Luca è sempre così rosso in faccia, mi viene da temere che non sia per via dei suoi problemi al cuore. Dico a D. – Fa’ attenzione al nostro Luca che non gli succeda niente – ma lui annuisce e sorride anche troppo. Non sono, insomma, sicuro che mi abbia capito fino in fondo. Avrà probabilmente malinteso le mie parole. Qui, infatti, hanno la strana abitudine di comunicare a forza di insulti, di dare del figlio di puttana alla persona a te più cara. Chissà cosa avrà capito… Mah, un altro dei tanti atteggiamenti meridionali così diversi dalla mia mentalità.

Mia moglie se ne sta un po’ sulle spine – Rilassati, cara, questa è casa tua – ma lei mi rimprovera il fatto che “come faccio a sentirmi a casa quando ci sono trenta sconosciuti che mi ronzano intorno tutto il giorno? e poi questo posto è un cantiere, mi sento nervosa, amore, non sono abituata a queste cose, e poi ho il bambino, mi serve tranquillità…” e vattelapesca. Questo mi turba nella mia relazione. Mi sono abituato ad essere un uomo libero, potente e rispettato, ma ora devo stare attento a come mi comporto con mia moglie. Poi però è chiaro, mi viene da domandarmi – mi amerà soltanto per i miei soldi e se non mi trovasse davvero attraente forse un giorno troverà un amante tutte le mie donne che mi dicevano che bravo che sono a letto forse mentivano… – così decido di far valere i miei interessi – Questa casa è qui da prima di te e, come ogni volta in tutti questi anni, io questa sera offrirò da bere ai miei lavoratori!

D. è il più contento di tutti, è fra i primi a presentarsi alle 7 di sera spaccate. Si inizia a festeggiare, io sto dietro al bancone e verso da bere al mio stuolo di ammiratori. Non sono ingenuo, capisco la sfacciataggine di fondo e colgo quelle ruffianerie neanche troppo velate, ma la mia vanità ha il sopravvento e godo tantissimo nel sentirmi venerato. Mi sembra di essere il padrone-padre, come l’imperatore Giuseppe II, io faccio il re e voi fate quello che dico, ma alla fine non ve la prendete con me perché sono il pater famialias. Tra l’altro, familias con la -as e non la -ae perché è una locuzione nel latino dei primordi quando il genitivo non si faceva con la -ae ma con la -as. Il latino l’ho dovuto studiare al liceo, ma poi la scuola l’ho fatta più pro forma (ah, eccolo di nuovo) che non per necessità perché il babbo era lì bello e pronto con le chiavi della nostra multinazionale. La giornata sta finendo, sono brillo ma inebriato più dalle sensazioni che non dalla birra che ormai scorre a fiumi. Ma oggi sono contento, abbraccio tutti e rido, e sono contento perché questo posto mi fa stare bene. La gente sarà rozza, faranno anche i lecchini, ma tutto questo mi rende felice. Ho mai avuto un vero amico? E il vero amore? Ah, a forza di ragionare a frasi fatte non mi resta che pensare – I soldi non fanno certo la felicità…

Fjodor

 

 

 

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Rimembranza veneziana

“Born in Korčula”. Non credetti ai miei occhi la prima volta che vidi la maglia con la mia faccia bella in primo piano. Avevano perfino aggiunto una citazione dal mio libro. Tanti turisti ignoravano, però, chi fosse su quella maglia, e più di una volta ho sentito qualcuno scambiarmi per un rivoluzionario argentino. Immagino che tra barba e citazioni si perda presto l’orientamento. Non che a me dia così tanto fastidio il fatto che mi si voglia far nascere di qua o di là, in mezzo alla laguna o su un’isola. Tutti posti stupendi e poi, a conti fatti, resto pur sempre un cittadino veneziano. Mi turba però che quando diventi famoso tutti ti vogliono e reclamano il tuo passaggio (“in questa casa pernottò Joseph K.”, “qui I. V. scrisse un capitolo del suo romanzo”…), quando invece se non fosse per la tua fama saresti presto dimenticato. Oserei dire che io sono poi stato ignorato per molto tempo da quella cultura nazionale che oggi mi fa un baluardo delle sue origini.

Sono diventato protagonista di libri, racconti e film, ma nessuno ha mai chiesto il mio parere. Ad esempio, ma quanto che s’è detto del mio incontro con Kublai Khan! Io, in realtà, a essere proprio sinceri, un po’ di spezie ce ne ho messe nel mio racconto – bisogna saper intrattenere il pubblico. Che poi, ai miei tempi, mica le conoscevamo tutte queste cose sul cervello e i processi di apprendimento e di memoria. Dicono, infatti, che quanto cerchiamo di ricordarci un avvenimento vissuto in passato, stiamo già facendo un’opera di revisione, anzi, di falsificazione! Figuriamoci allora quando cerchiamo di scrivere le nostre memorie. Ciò non vuol dire che io mi sia inventato tutto, ma è bene lasciare un margine di dubbio in merito a certe cose a cui faccio riferimento nel mio libro.

Inoltre, tante cose non le ho dette perché i tempi non erano maturi. Faccio un esempio. Come Ivan Karamazov che parlava con il suo demone interiore soltanto perché non aveva conosciuto Freud che gli avrebbe potuto spiegare i meccanismi del subconscio. Credetemi, se potessi riscriverei il mio libro in maniera diversa. Ho scoperto che i piccoli dettagli sono oggi tenuti più in considerazione dei grandi avvenimenti. A riscriverlo, direi innanzitutto che non sono né mancino né destrorso, e questo è un dettaglio in realtà importante. Faccio le cose con la destra, ma pensando con la sinistra. Per questo, quando imparo cose nuove, devo sempre inventarmi una mia maniera per risolvere questo dilemma. Si potrebbe forse affermare che proprio questa mia caratteristica abbia formato il mio carattere, e dunque la mia curiosità di andare fino in Cina? Onestamente, più di uno scrittore sarebbe stato in grado di scrivere un libro su una sciocchezza simile.

In Asia si vede di tutto. E la saggezza degli asiatici è certamente proverbiale. Mi accadde di incontrare lungo il mio viaggio un monaco che mi domandò: “Perché viaggi?” – “Per conoscere” – gli risposi – “per scoprire posti nuovi e, perché no, per arricchirmi”. Ci pensò su, non rispose e fece finta di non vedermi più, al che non potei far altro che intraprendere di nuovo il mio cammino. Qualche giorno dopo, il monaco si ripresentò di nuovo. Non so come fece a viaggiare al nostro passo, né come riuscì a ritrovarci (poiché ebbi proprio questa sensazione, che non si trattasse di un caso il nostro secondo incontro). Questa volta fu lui a parlare: “Chi può dire di conoscere di più la vita? Tu che hai viaggiato, conosciuto il mondo e parlato lingue esotiche… o il contadino, che, ricurvo, giorno dopo giorno, ripete le stesse azioni e non vede oltre il colle che nasconde il giorno al calar del sole?”. Conoscevo fin troppo bene questi trucchi orientali e immaginavo il suo messaggio: la vita è fatta di cose semplici, i beni materiali sono banali e niente resta di noi dopo la morte. Così lo anticipai: “Dopo di me resterà la mia fama, il ricordo delle mie gesta, l’immagine delle mie avventure e l’invidia dei futuri viaggiatori. Resteranno le mie parole e la mia anima. Del contadino, invece, non resterà niente”. “E io invece ti dirò che il contadino, non conoscendo altre verità al di fuori del suo lembo di terra, concentrerà tutte le sue attenzioni sui piccoli gesti della vita quotidiana. E grandissime saranno le sue soddisfazioni per gli avvenimenti più insignificanti, come il tè al mattino e il canto dei grilli. Ma tu, che vuoi dare un senso alla tua vita, che cerchi quella cosa che qualifichi al meglio la tua esistenza, hai perso per sempre la gioia delle piccole cose e il godimento per quelle più banali. Così, a fine giornata, il contadino potrà dirsi felice, mentre tu, caro mio viaggiatore, quante volte sei andato a dormire sorridendo?”. Risposi: “Vuol dire forse che la curiosità intellettuale è inutile?”. E anche questa volta, non offrì una risposta.

Lasciatemi aggiunger ancora una storiella. Ai miei tempi, il golfo di Venezia si spingeva sino alle porte di Otranto. C’è stata poi quella battaglia con i Genovesi davanti all’isola di Curzola dopo la quale – dicono alcuni storici – è iniziata la lunghissima fase di declino della Serenissima. Onestamente, la tesi è secondo me un po’ troppo spinta, ma prendiamola per vera. Comunque sia, l’Adriatico è stato per me un piccolissimo mare di passaggio, anzi, un prolungamento naturale della laguna. Parecchi secoli dopo il mio viaggio, un mio connazionale ha scritto che quel luogo, per me così vicino e scontato, era invece abitato dalla gente più sorprendente. Ad esempio, il Fortis raccontava che in quelle montagne che cadono a picco sul mare c’era questo popolo mezzo selvaggio di Morlacchi. Facevano a tratti la guerra col Turco, e poi tornavano a tormentare il Leone. Le donne, pensate un po’, erano robustissime e nate per lavorare i campi. Per questo, il giorno dopo aver partorito, erano già chine a rovistare in quel po’ di terra che la roccia tiene avidamente per sé. Il loro corpo si era modificato a tal punto che tenevano i bimbi legati al dorso, allattandoli da sotto l’ascella o sopra la spalla con i loro enormi seni… e provate voi a immaginarne le dimensioni. Pensare che ho visto tutto il mondo, ma mi sono fatto sfuggire un popolo così esotico proprio davanti alla porta di casa!

Cari lettori, è fin troppo evidente che io non esisto e che sono soltanto frutto dell’immaginazione di questo scrittore da quattro soldi che si è divertito a scrivere insensatezze. Ma non mi arrendo e mi piace pensare di essere ritornato in vita grazie alle parole, e già mi vedo a fare un nuovo viaggio e a vedere posti sconosciuti. Poiché, non è forse vero che quando pensi a una cosa vuol dire che esiste? E allora, vi lascio anch’io con una domanda, come il monaco che mi abbandonò senza risposta. Che cosa avete capito da questo racconto?

 Fjodor

*

Con questo testo ho partecipato al contest Giro d’Italia letterario promosso dalla community Wordshine. La traccia recitava: “Marco Polo – Venezia. La Repubblica di Venezia è stata sicuramente patria di innumerevoli viaggiatori, il Giro d’Italia Letterario vuole rendere omaggio al viaggiatore veneziano che è arrivato più lontano di tutti, autore del più famoso libro di viaggi delle letteratura italiana se non mondiale “Il Milione” e personaggio protagonista del libro di Italo Calvino “Le città invisibili””.

Sono arrivato terzo su… beh, non troppi concorrenti. A quanto pare sono destinato al terzo posto. 

La banalità dell’uomo moderno

Racconto breve

Quel giorno L. giunse ad un bivio e non sapeva più quale direzione prendere. Non si trattava solo di soldi. Già, i soldi. Tutti dicevano che era avaro e per questo lo chiamavano il Magro. Lui non riteneva di essere avaro: perché, per esserlo, i soldi ti devono prima di tutto piacere. Ma a lui i soldi non piacevano più di tanto, o meglio, non li preferiva ad altre gioie della vita. C’era da ammetterlo, però, che le sue finanze le gestiva con impeccabile parsimonia e pesava con cura le sue spese. Tutto qui. Ad esempio, la beneficenza non la faceva mai e, per forza, riteneva anche che la gente la facesse più per immagine che per sincera compassione. Poi, diciamolo, lui qui pensava a quelli che chiamiamo radical chic, quelli lì, tutti alternativi e intellettuali ma con il conto in banca bello pieno. Il suo non era certo vuoto, ma di sicuro non implodeva. Il lavoro gli bastava per vivere con dignità nel suo appartamentino.

Ma quel giorno era proprio giunto ad un bivio. Doveva scegliere se comprare la macchinetta del caffè a cialde o quella da barista. L’idea gli era venuta guardando la pubblicità e si era convinto che alla sua routine mattutina mancasse quel poco di raffinatezza che una macchinetta del caffè gli avrebbe dato. Per il resto, faceva una vita piuttosto decente nel suo appartamentino. Non cucinava, se non occasionalmente. Ma il posto era comunque tanto pulito, giusto a sfatare il mito che l’uomo single non sia in grado di mantenere ordine e pulizia. Gli piaceva pulire il bagno e strofinare con la candeggina i sanitari, per essere sicuro che ogni batterio fosse estirpato. Poi il bianco che brillava gli dava un’irresistibile euforia. Tra i suoi tre colori preferiti – blu, verde, bianco – proprio il bianco era destinato alla biancheria intima e alle lenzuola. Così poi poteva mettere anche a lavare tutto quanto a 90 gradi. Qualche persona maliziosa avrebbe forse modo di dire che il suo appartamento, per quanto così pulito, appaia un po’ triste e squallido. Di inverno le mani arrossivano e il naso colava, e invece d’estate non ci si poteva stare per il troppo caldo.

Un giorno riuscì a portarci una ragazza. Bella, stupenda! Sarà stata sull’1 e 75, capelli ricci e corvini. Si sorprendeva che una così lo guardasse, lui che in fondo lo sapeva di essere un po’ bruttino, con quella sua faccia da persona qualunque, né alto né basso, spelacchiato e pallido, magrissimo ma con la pancia gonfia. E poi (ma questo ve lo dico io) aveva due occhietti piatti e opachi, che sembravano quelli di una papera accoppiatasi con una trota. La ragazza l’aveva comunque trovata su Internet. Anzi no, il colmo è che era stata lei a contattarlo. Sappi, infatti, che si era appena lasciata dal suo fidanzato, proprio prossima al lancio del riso. Il fidanzato aveva ottenuto una promozione dall’altra parte del paese. “Farà bene alla nostra relazione”, le disse. Così fu che conobbe i suoi nuovi colleghi, poi per noia iniziò a uscire con loro (tornava a casa dapprima ogni fine settimana, poi ogni secondo). Poi ci prese l’abitudine, anche perché c’era quella collega carina carina che gli sorrideva sempre. Alla fine ci finì a letto e tanto meglio, per lo meno risparmiarono sul matrimonio. Lei ci rimase malissimo, fu per lei un disastro. Reagì con quella crudele fame con cui certe ragazze mortificano il loro corpo e la propria persona quando escono da una lunga relazione. Ma il nostro L., poveraccio, mica lo sapeva di essere stato scelto proprio per il suo essere squallido, per quella sua pelle traslucida e le sue prevedibilissime ambizioni. E pensare che lui già nella sua testa si era detto: “Ora, L., si continua. Da domani palestra, dieta sana e vestiti curati”.

Spesso L. provava rancore verso il mondo che lo circondava. Aveva in odio gli anziani e quella vicina di casa che lo salutava sempre con il sorriso stampato in faccia. Ma più di ogni altra cosa, lo irritava oltremodo il fatto che negli ultimi anni la città si fosse riempita di venditori ambulanti. Ormai non poteva più uscir di casa senza venir attaccato da tutte le parti. Non voleva né libri, né tantomeno braccialetti. E ogni volta doveva rispiegarlo: “Grazie, ma ho già detto prima al tuo amico…” Poi sì, ogni tanto gli toccava cedere, soltanto per togliersi l’ingombrante peso di dosso, e allora dava loro quell’euro per il “caffè”. Non poteva certo ammettere la sua vera opinione a riguardo, gli avrebbero probabilmente dato del razzista. Ma, per lo meno, lui sapeva di essere sincero con se stesso. Conosceva bene la propria opinione e non la mascherava di certo. Non come tutti gli altri, che giocavano a fare gli spiriti liberi e i democratici e quelli avanti col pensiero ma poi per strada venivano colti da una paranoia inimmaginabile se si trovavano da soli con due persone o tre dalla pelle un po’ più scura. O se, appunto, come lui, non avevano intenzione di prenderli quei dannati braccialetti, ma poi lo facevano e mostravano in giro quanto fossero avanti.

Poi un giorno L. venne licenziato, così, senza preavviso. Avrebbe forse dovuto intuire? Può darsi, ma non siamo certo qui a giudicare (o sì?). “Bene” – pensò L. – “avrò più tempo per starmene a casa!”. Ma l’appartamento gli stette presto troppo stretto. Capì quanto fosse solo, impotente e noioso. Così salì sullo sgabello e compì l’ultimo nodo nefasto.

Fjodor!

La ‘munnizza’ sicula. Perché esiste il problema dei rifiuti a Palermo?

Sono seduto sotto il sole cocente di Norimberga – sembra quasi un ossimoro. E non so se sono più intontito dall’inaspettato caldo primaverile o dall’improvviso silenzio che mi circonda. Sono spariti lo schiamazzo palermitano e la frenetica paranoia delle città meridionali. Per ottenere il silenzio ci vuole disciplina. A Monaco di Baviera, ad esempio, è vietato buttare il vetro nei fine settimana per non disturbare i vicini durante il loro riposo settimanale. Sorrido e penso al successo che avrebbe Leoluca Orlando se facesse lo stesso per Palermo. Anzi, prima dovrebbe convincere i palermitani a separarlo quel vetro…

Già a febbraio Panorama scriveva che Palermo sta diventando un problema più serio di Roma. Ad aprile la situazione è peggiorata a dismisura. Da turista, ignaro del problema nei suoi particolari, ho potuto soltanto osservare i cassonetti stracolmi d’immondizia e i sacchetti sparsi un po’ ovunque. Il caldo è tornato ed è facilmente intuibile l’odore della munnizza lasciata a fermentare al sole. Inoltre, durante il mio soggiorno in Sicilia è stata introdotta Palermo differenziata 2, il piano che consiste nell’allargamento della raccolta differenziata a nuove zone della città (la prima fase è iniziata nel 2010). I due fenomeni sono non solo collegati, ma aprono tante domande sul problema dei rifiuti in Sicilia e mettono in scena i perenni problemi che inquietano il Mezzogiorno italiano.

Palermo differenziata 2

Il 10 aprile 2018 è partita la raccolta differenziata nei quartieri palermitani di Politeama e Massimo. L’inizio era pianificato da tempo, ma si è presentato con un buon margine di ritardo. Qualche giorno prima della partenza, i due quartieri sono stati tappezzati di volantini in cui si spiegava che tutti i cassonetti dell’immondizia sarebbero stati rimossi dalle strade. La mia compagna ed io non ci abbiamo fatto caso. Sarà che l’incredulità e l’indifferenza nei confronti dell’autorità sia uno stato d’animo che a Palermo “ratto s’apprende”. E invece, quel martedì i cassonetti sono stati tolti per davvero ed è partita la differenziata. Si tratta di un sistema porta a porta: i cittadini sono stati muniti di bidoni per la differenziata e a seconda del giorno si passa alla raccolta di uno specifico gruppo, inclusa la frazione residua. Tuttavia, per usare un eufemismo, la differenziata è partita a rilento. La verità è che si è creata una situazione di caos assoluto e di generale indifferenza della cittadinanza nei confronti della novità. Il tutto, nel contesto del problema dei rifiuti che a Palermo è un cancro incurabile.

La discarica di Bellolampo

Nell’ultimo anno si è tanto sentito parlare del problema dei rifiuti a Roma, questione messa sotto una speciale lente d’ingrandimento per ovvie ragioni. E se di Roma si è parlato largamente nei mass media, Palermo sembra essere stata messa in disparte (come forse lo è sempre la Sicilia?). Il 2018 è iniziato in toni di panico per la situazione delle discariche siciliane, quasi tutte ormai stracolme. Ad aumentare l’incertezza è certamente la discarica di Bellolampo, posta ai lembi del capoluogo, che raccoglie la stragrande maggioranza dei rifiuti palermitani. La discarica di Bellolampo sarebbe già dovuta essere chiusa, ma al momento rimane l’unica reale destinazione della munnizza di Palermo.

La raccolta differenziata in Sicilia naviga al momento intorno al 15%, dato che se già di per sé non è entusiasmante, non tiene nemmeno in considerazione il fatto che nelle tre città metropolitane – Palermo, Catania, Messina – la differenziata è praticamente inesistente. Il 5 aprile 2018 si è poi verificato un guasto all’impianto di Bellolampo: un problema che ha letteralmente paralizzato la raccolta dei rifiuti nelle vie della città per quasi due settimane. Le conseguenze sono state preso visibili e i cassonetti si sono riempiti a dismisura come si vede nella foto. Sono anche stati appiccati diversi roghi e, poi, quando si osserva l’effetto della pioggia, tutto diventa più chiaro.

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Il giorno dopo il guasto alla discarica di Bellolampo

Fare la differenziata a Palermo

Siamo stati, insomma, colti di sorpresa. Così, il primo giorno non ci è rimasto che sparecchiare il nostro sacco già pieno di immondizia e accuratamente dividere la spazzatura per la raccolta differenziata.

Lasciare l’immondizia per strada è un gesto spontaneo a Palermo. Ed è stata la prima reazione dei cittadini all’introduzione della differenziata porta a porta. I cassonetti sono stati tolti, ma al loro vecchio posto si sono trovati chili di spazzatura. A volte le abitudini sono dei legami difficili da spezzare! C’è anche chi ha lasciato l’immondizia proprio davanti al portone di casa, quando qualcun altro ha scelto l’ombra di un albero. Qualcuno si è preso la briga di suddividere i rifiuti e mettere la plastica a parte, ma ha poi buttato il tutto in un cumulo abusivo ai lati della strada. Ed è quasi tragicomico lo stato dei cestini dell’immondizia per strada. Se prima erano scansati con accuratezza, ora sono diventati il rimedio provvisorio per i tanti palermitani che nascondono lì i propri sacchetti d’immondizia. Infine, se è vero che l’abito non fa il monaco, i pochi cassonetti della differenziata che sono rimasti hanno mutato natura in cassonetti dell’indifferenziata. Poiché, se proprio non vogliamo essere troppo precisi, di cassonetti pur sempre si tratta.

Chiaramente, il problema è stato ulteriormente complicato dalla situazione sfavorevole nella discarica di Bellolampo e il sistema di raccolta è andato in tilt.

Prima l’uovo o la gallina?

Il problema dei rifiuti nel Sud Italia non è certamente un fatto nuovo, e di sicuro a tutti è ancora impressa l’immagine di Napoli con i suoi rifiuti ed i roghi appiccati nei cassonetti. La colpa la si cerca un po’ ovunque, e come nel caso tanto attuale di Roma, si tratta di un perenne tira e molla tra Comune, Regione e aziende private. La cattiva gestione del problema dei rifiuti parte certamente dallo Stato. Come nel caso dell’acqua, un problema che manca di qualsiasi lungimiranza e razionalità amministrativa, l’emergenza rifiuti in Sicilia non è certamente nata nel gennaio 2018. Per anni le discariche sono state sfruttate fino ai loro limiti, senza tenere in considerazione un progetto a lunga durata.

La discarica di Bellolampo da anni rappresenta una situazione di potenziale emergenza, ma ciò non ha smosso effettive reazioni da parte della politica. E’ vero, però, che qui si ripete anche la tragica disparità tra Nord e Sud. Se al Nord è presente la maggior parte dei termovalorizzatori sul suolo italiano, in Sicilia attualmente non ve n’è neanche uno. Non che gli inceneritori siano la più saggia scelta sul piano ecologico, ma favoriscono, in ogni caso, un importante aiuto nello smaltimento dei rifiuti urbani. E, chiaramente, per alcuni sono fonte di imbarazzante guadagno. Ma il guadagno, spesso, è un cervello in fuga. Come per Roma, che attualmente invia migliaia di tonnellate di rifiuti ad un inceneritore in Austria, che produce poi energia per circa 170 mila abitazioni.

Il mantra resta, comunque, quello della raccolta differenziata, senza la quale la questione dei rifiuti non potrà mai essere risolta in maniera effettiva. Parlando con la gente di Palermo, più volte la colpa per la situazione attuale mi è stata indicata in sede comunale. Si denuncia disorganizzazione e poca chiarezza nelle decisioni del sindaco che ha voluto introdurre la differenziata porta a porta. Qui, però, il problema si biforca e se si vuole arrivare alla radice della questione non si può certo ignorare il ruolo della popolazione di Palermo. Il cittadino medio palermitano è totalmente indifferente nei confronti della raccolta differenziata ed, anzi, dimostra poco interesse verso il più tradizionale cassonetto dell’immondizia. In fondo, una certa logica suggerirebbe che, prima di imparare a differenziare i rifiuti, si dovrebbe saper buttare i sacchetti della spazzatura nel luogo apposito.

F!

Tipo quando

Su Internet si può imparare un po’ di tutto. Il primo giorno che mi presentai a lavoro dovetti seguire una lezione su come stirare la camicia e annodare la cravatta. Ho anche imparato ad aprire una mela con le mani e a stappare una bottiglia di vino senza cavatappi. Ho scoperto come fare la gassa d’amante o legarsi in cima ad un percorso alpino. Ho cercato consigli su come fare la migliore esperienza psichedelica o come migliorare la mia calligrafia.

Su Internet sto anche imparando a scrivere. Anzi, sono caduto in quel banalissimo progetto di ricerca che recita: “come diventare uno scrittore”. La prima regola è scrivere, la seconda è leggere, la terza è farsi leggere. Accettare le critiche è forse il momento più importante e difficile. Se siamo tutti ben lieti di farci adulare quando facciamo qualcosa di bello, certo è che ci viene ben difficile ascoltare i commenti negativi di chi ci segue. Questo articolo l’ho scritto a stento, e poi mi sono anche sentito i commenti negativi della mia lettrice più affiatata. Io qui ce lo lascio, con qualche piccola modifica, a onta e prova della mia fragilissima e appena abbozzata scrittura.

 

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“La noia è tipo quando…” – “No, Fjodor, non va bene. Le definizioni vanno spiegate correttamente, senza ‘tipo’ e senza ‘quando’. Riproviamo!” – “Ok. La noia è il sentimento…”.

Era un gioco, chiamiamolo così, che alle elementari capitava spesso. Spiegare il significato delle parole non è che sia poi così semplice, figuriamoci per un bambino. Ci si chiedeva di inventare le definizioni dei termini che incontravamo durante la giornata. Non apprezzavo questo sfogo creativo e dopotutto avevamo il nostro dizionaretto personale sotto al banco. Il mio era tutto pastrocchiato ma non so se fui io l’artefice dei disegni o se lo ereditai già così. Poi ogni tanto si facevano delle noiosissime ricerche lessicali. Il numero delle parole variava, saranno state una decina. Macchina, scuola, animale, possedere, scoprire, insegnante, ecc. ecc. Cercavamo la definizione sul dizionario, la trascrivevamo sul quaderno e sembra anche che imparassimo tante cose nuove. C’era poi la maestra che esigeva rigide regole su come ricercare i vocaboli. Un bravo ricercatore guarda la parolina in alto per vedere se girare le pagine a destra o a sinistra. Era insomma vietatissimo e assolutamente sbagliato controllare in mezzo alla pagine, dove stava tutta la lista delle definizioni.

Stavamo giocando a quel gioco da tavolo quando hai tipo tante domande divise per categorie. Sebbene i quesiti a un certo punto inizino a ripetersi, le prime volte si rischia di incappare in sonore figuracce. Così ridemmo quando ci capitò la domanda sull’autore che scrisse i Finzi-Contini, libro che non solo non conoscevamo ma che provocava anche una certa ilarità puerile. L’informazione si posò placidamente in qualche tasca nascosta della nostra memoria e senza indagare più di tanto passammo alle domande successive. Qualche mese più tardi sono capitato a Ferrara. Il buon ente turistico mi fece trovare un dépliant con le curiosità più significative della città estense. Ed eccoli lì, nuovamente loro, i Finzi-Contini. Mi parve finalmente di intravedere l’importanza del libro e feci una ricerca. L’autore è Giogio Bassani, scrittore ferrarese attivo nel secondo dopoguerra, e questo è il suo romanzo più famoso da cui nacque anche un film di successo. Il libro l’ho poi letto, ma non mi sentirei di posizionarlo tra le mie letture migliori.

A proposito di libri, mi si insegna in certi blog che l’aspirante scrittore dovrebbe prima di tutto essere un buon lettore. Alcuni ne fanno addirittura una routine: la cura omeopatica si compone di venti pagine al giorno e l’argomento può essere vario. Segue poi un minimo di 500 parole da scrivere possibilmente a mano, tanto per non perdere il vizio. Ci provo, inizio il lunedì, ma sono distratto e la giornata è già finita. Riprendo il giorno dopo: leggo uno sfortunato libro che non mi prende, tanto meglio rimandare per il mercoledì. Quel giorno però è strano e scarabocchio solo due parole. Sbuffo, salto la giornata ma anche il venerdì sta già finendo. Se erano 500 da scrivere al giorno, sono indubbiamente travolto da una bufera artica e i “gradi” sono ormai -2500.

C’è poi quell’aneddoto di Tiziano Terzani che va un po’ così. Arrivato in Vietnam nel 1972 gli si palesò il metodo giornalistico dei suoi colleghi. Si ascoltava la conferenza stampa del funzionario americano, si riportava per filo e per segno il racconto ufficiale e di sera si era già pronti a fare festa, chi un modo chi nell’altro. Terzani pensò ovviamente che il suo credo giornalistico fosse ben più nobile. Passata la giornata a investigare con il rischio tangibile di farsi esplodere la testa, arrivò la sera e il momento della stesura dell’articolo. Ma venne sopraffatto dal buio creativo e se ne stette per ore a fissare la macchina da scrivere. Più volte il collega lo invitò a lasciar perdere e a fare un salto giù al bar. Disperato, compose alla fine un articolo a sua detta scadente e con l’incipit più svogliato e banale della sua carriera giornalistica.

In qualità di storico alle prime armi, più volte mi sono trovato di fronte all’imbarazzante situazione di dover scrivere una ricerca senza conoscerne l’obbiettivo. Tipo quando ho scelto di scrivere questo pezzo. E se ora, caro lettore, non sei sicuro di cosa tu abbia appena letto, sta tranquillo che siamo in due.

F.

“Signora Libertà, signorina Anarchia”

Non tutte, si intende. Ma tante persone nella propria vita hanno vissuto una loro fase anarchica. Me compreso e, giustamente, la mia l’ho passata in piena adolescenza. Non è che mi fosse poi del tutto chiaro il passaggio dalla teoria alla pratica, ma ho comunque vissuto con profondo orgoglio il mio sentore libertario. Lessi ovviamente Bakunin (deridendo quel poveraccio di un Marx) e arrivò fino a me qualche accenno di Gramsci. Un autore e mezzo bastarono a confermare le mie convinzioni sull’autogestione e sulla vita senza stato. Mi sono anche immischiato in diverse organizzazioni anarchiche e la cosa è durata piuttosto in là col tempo. Quelle riunioni sono state però un passatempo piuttosto noioso e non ci ho mai veramente creduto. Come nella mia ultima esperienza politica, quando facevo parte di un autoproclamato sindacato anarchico, costituito da un impiegato (e lì ci siamo), tre disoccupati e sette studenti. Le prospettive, a quanto pare, erano sbagliate già in partenza.

Ma il mio camaleontismo politico non mi ha di certo risparmiato dal disarmante fascino della bandiera rossa. Socialista convinto ero in quinta superiore, soltanto che non riuscivo a capire perché il mondo non apprezzasse la mia maturata opinione politica. Feci un po’ di rivoluzione e tanto baccano e arrivai alla maturità portando qualcosa sui Pink Floyd, un po’ di Orwell e sul piedistallo misi Pier Paolo Pasolini. Soltanto che nel frattempo le cose erano cambiate ancora un po’.

Citai Pasolini con la sua poesia “Il PCI ai giovani”. Era il ’68, gli studenti romani fecero a botte con gli sbirri, tutti erano in gran movimento e pieni di gioia per ciò che stava accadendo, tranne il più inaspettato, la fiaccola rossa di sempre, che di colpo si trovò dall’altra parte – quella degli ammonitori. Pasolini disse tutto ciò che di negativo si poteva dire agli studenti: siete borghesi, i poliziotti sono le vittime, facile per voi fare la rivoluzione, voi che siete figli di papà. Il testo mi fu segnalato dalla professoressa di italiano, chissà che non volesse forse comunicarmi qualcosa. Fatto sta che da allora ho cambiato la mia opinione su molte cose della politica. Sì, sarò anche andato avanti per un po’, ma l’ho fatto più per inerzia e apparenza che non per pura convinzione.

Pasolini l’ho perso poi di vista per molti anni. Fino a pochissimi giorni fa che ho finalmente letto il romanzo “Una vita violenta”. Pasolini l’avrò sempre un po’ idealizzato, complice certamente il mondo intellettuale italiano che ha trasformato la sua figura in quella di un nobile martire intellettuale. Qualsiasi sia stata la vera ragione della sua morte, certo è che Pasolini nascondeva un lato buio di sé, ma un buio forse anche causato dal nuvoloso cielo italiano dell’epoca. Sia come sia, non è importante. La vita violenta in questione è quella di Tommaso, ragazzaccio del sottoproletariato romano. Il primo capitolo l’ho letto con faticoso impegno: al lessico bisogna farci l’abitudine. L’autore ha sfruttato una sua ingegnosa creazione linguistica, un italiano spuro, pieno di dialettismi e locuzioni romanesche. Il testo, fattavi l’abitudine, lo si legge poi con sorprendente velocità ed eccolo lì, già finito e riposto in libreria.

Ci poniamo tante regole. Regole su come leggere, regole su come comportarci, su come attraversare la strada o come salutare i vicini di casa. Proprio ora che vivo all’estero sono sommerso da regole nuove e a ogni secondo passo dubito con timore che io non abbia già violato qualche regola da me sconosciuta. La regola è ordine, ma è anche banalità e prevedibilità. L’ha spiegato bene Hanna Arendt nel suo libro “La banalità del male”: il nazismo non è esploso per via di una genetica cattiveria dei tedeschi, né si è volatilizzato in un attimo per via di scarsa memoria. E’ nato come burocrazia, come normale quotidianità, come rispetto delle regole e di quel previdibilissimo status quo che c’è e che esiste sempre, con o senza dittature.

Ed eccomi, seduto in bicicletta. Normalmente passerei col rosso, andrei sul marciapiede, farei slalom tra i pedoni e salterei poi in strada in contromano. Ho intimamente sempre pensato che il valore della bicicletta quale mezzo di trasporto stia soprattutto nel suo essere fuori dalle regole. Né macchina, né pedone. Ma eccomi qui, in questo paese nuovo. Aspetto il verde, con compostezza guido sul lato destro della strada. Devo però andare dall’altra parte: non c’è problema, tra 100 metri arriva un incrocio, andrò lì, poco importa se poi devo ritornare indietro. Imbocco una strada, ma sembra non essere prevista per le biciclette: meglio tornare sui propri passi! Penso a Orwell, a Pasolini, a Tommaso… starò mica diventando un altro burattino? Passo col rosso, la gente intorno a me è incredula. Bello il mondo che si sorprende di queste piccolezze!

Se anche il libro è colpevole

Ho l’abitudine di lasciare una nota sulla prima pagina dei libri che leggo. “Questo libro è sommerso dalla colpa: si autodistrugge”. Lo stavo leggendo il mio primo anno di università, facevo il turno di notte come receptionist in un albergo di lusso. Le notti erano lunghe, solitarie e si ripetevano all’infinito e sette mesi parvero un’eternità. Ma durante quei sette mesi preparai un paio di esami e lessi un bel po’ di libri.

Non me li ricordo tutti. Il primo della lista era stato ll fu Mattia Pascal di Pirandello, a cui seguì La noia di Moravia. Ho letto poi la Storia della filosofia occidentale di Russel e il libro che si autodistruggeva, ovvero Il processo di Kafka. Come detto, le notti erano interminabili, sebbene non prive di sorprese. Più volte clienti vogliosi hanno consigliato di farmi un business aggiuntivo sulle puttane (“te che c’hai il ‘fisicc duroll’”) e ho versato cocktail a un colombiano ubriaco che faceva da escort alla sua ricca compagna austriaca. C’era poi il pappone russo con le sue quattro prostitute, c’era l’occhialone col braccio in gesso che una volta al mese si presentava con la “moglie” africana in minigonna e poi l’aiuto allenatore che in una notte spese 150€ in video pornografici. Insomma, un puttanaio, di cui in qualche modo divenni parte pure io, alla faccia delle vanitose stelle dell’albergo.

Per il resto, però, le notti erano monotone. Tra l’1 e le 4 di mattina avevo di solito un bel buco da riempire, che alternavo con brevi dormite e letture. La vita notturna mi rese più pallido di un vampiro, probabilmente depresso e certamente paranoico. Venne ad esempio la sera in cui mi fu offerto uno spinello: lo spaventoso rumore che la macchinetta del caffè produsse quella notte risuona ancora nella mia mente. Una sera, poi, due ragazzi americani si scolarono una bottiglia di whisky dal bar, offrendomi un bicchiere a ogni turno. Finii a malapena la notte, cantando e ballando con il mocio con cui pulivo i pavimenti. Conobbi persone meravigliose, ma scoprii anche il profondissimo peso della solitudine.

Kafka è comparso defilato, non so neanche per quale motivo scelsi di leggerlo. Josef K perdeva, via via nel romanzo, la sua identità e diventava un tutt’uno con quella Colpa impostagli dal mondo che lo circondava. Per scoprire poi, ed infine accettare, che essa aveva da sempre fatto parte di lui. Mi ricordo che leggevo il libro in quelle lunghissime notti, tra l’1 e le 4 del mattino, sempre uguali, sempre con lo stesso ordine. Il mio volto si trasformava, perdeva colore e vivacità: a casa nessuno mi aspettava e gli amici non esistevano. Josef K barcollava nel labirinto del tribunale, dapprima fiero ed irriverente, poi sempre più sconfortato dall’immobilità della sua inevitabile fine. Ricordo che a farmi più orrore furono le scene grottesche, oscene ma perfettamente plausibili. La più terribile è quella in cui Josef K arriva alla sua prima udienza. La stanza è piccola e piena di gente. Il pubblico è tutto un groviglio di corpi sudici e scheletrici. Ma ci sono poi quelli che stanno al piano di sopra, solo che il soffitto è troppo basso: ecco perché sono rannicchiati, con la schiena che dà al soffitto e con il corpo piegato verso Josef K, vertiginosamente sopraffatto da tutta quella malignità.

L’altro giorno, prima di partire, ho sfogliato i miei libri. Anche le dediche sono importanti: in una mi si ricorda con simpatia che mi sono autoesiliato dalla mia città d’origine, in un’altra mi si spiega che un libro con le lettere dei condannati a morte non è depressivo bensì pieno di positività. Qui ho ritrovato il mio libro che si autodistruggeva. Tra condannati a morte e baroni rampanti.

F.